Io, il Natale e questo quartiere

“Quando, finita la guerra, mangiammo il primo panettone”

di Sara Fabrizi

La Seconda Guerra Mondiale vista con gli occhi di un bambino di sette anni si accende di dettagli inediti, di emozioni che risuonano nella voce mentre lo sguardo si volge al passato. E i ricordi sono frammenti di una storia comune, vissuta tra gli interni domestici e le strade del quartiere Trieste-Salario. Sembra di sfogliare un vecchio album di fotografie, ascoltando i racconti di Vincenzo Maria Gagliano, oggi ottantenne e da sempre residente nella zona, prima in via Sebino e adesso in via Lariana.

Riemerge così un linguaggio segreto ma condiviso, fatto per continuare a comunicare in un momento storico in cui una parola fuori posto poteva costare la vita. In ogni palazzo c’era uno “spione”, il delatore messo lì a controllare gli altri condomini. Parlando con un’amica, la mamma che aveva comprato uova e carne al mercato nero, per paura che l’informazione raggiungesse le orecchie di qualche spia, diceva: “Ho comprato dei bottoni bellissimi”. In via Taro c’era la borsa nera, dove si potevano trovare sigarette e generi alimentari. E quando passava la polizia, qualcuno gridava come avvertimento “Piove!”.

Nel Parco Nemorense, meta delle scorribande dei ragazzini di zona che si divertivano con poco e niente, costruendo mazzafionde e carrettini per lanciarsi in discesa lungo le strade, era stato allestito un orto di guerra, nell’illusione di poter sfamare un’intera popolazione coltivando patate e fagioli. La guerra era soprattutto paura, una paura che faceva rumore: il suono degli allarmi, i fischi delle bombe, le esplosioni. Gli scantinati bui delle palazzine in cui ci si accucciava quando l’urlo rauco della sirena tagliava il silenzio per i bambini avevano tutto il fascino di un sotterraneo da esplorare. In molti portarono i figli nei paesi, a Poggio Catino, Roviano, Monteleone Sabino, dove si spostò la famiglia di Armando Savi, il diciassettenne che nel 1943 salvò due ebrei nascosti a viale XXI Aprile percorrendo settanta chilometri in bicicletta. Quando bombardarono San Lorenzo il 19 luglio ‘43 Vincenzo si trovava con il fratello a Roviano, vicino Tivoli, mentre i suoi genitori erano in città per lavoro. Cominciarono ad arrivare treni carichi di sfollati che raccontavano di una Roma a pezzi. I bambini piansero sconsolati perché non conoscevano la sorte dei loro genitori. Altre bombe arrivarono nel marzo ’44, devastando un palazzo in via Messina, facendo saltare per aria il tram 8 in via Morgagni.

La notte che precedette l’arrivo degli Americani lasciò tutti col fiato sospeso. Nel buio completo si sentì un rumore cupo, cingolati di carri armati che avanzavano per le strade. Ma le luci dovevano stare spente ed era impossibile capire se si trattasse di tedeschi o alleati. “Poi un condomino riuscì a distinguere la stella americana su uno dei mezzi” racconta Vincenzo Gagliano, che guardava la scena della camera dei genitori, arrampicato alla finestra del quarto piano di via Sebino. “All’improvviso qualcuno gridò Viva gli Americani! E tutto il palazzo si illuminò a festa. Fu quello il nostro Natale, o meglio una vera e propria resurrezione”.  Arrivò poi davvero il Natale, molto diverso da quello di oggi, più sobrio: c’era un’atmosfera di festa rarefatta, poche luminarie, nessuna grande manifestazione di gioia. Niente alberi giganti e decorazioni per le vie, niente canzoni diffuse dagli altoparlanti dei negozi in ogni dove, né resse per i regali nei grandi centri commerciali. Per i credenti la messa di veglia della Vigilia, le celebrazioni per la nascita di Gesù Cristo; per gli altri la cena di pesce, con le anguille ancora vive nella vasca da bagno, la quiete domestica e il ritrovarsi insieme. Una piccola gioia poter mangiare un vassoio di paste fresche, portate da un parente in visita. A distanza di tanti anni, facendo il paragone con l’oggi, si sente la nostalgia per quella semplicità che riusciva a rendere speciale ogni cosa.