Non tutti conoscono la magnifica storia di Ugo Forno: il piccolo eroe partigiano che nel 1944, a soli 12 anni, a capo di un piccolo gruppo di uomini, difese il ponte sull’Aniene dai soldati tedeschi, consentendo alle truppe americane di continuare la loro avanzata sulla Capitale. Nel compiere quel gesto eroico, Ugo Forno fu ucciso dai nazisti.

Lunedì 29 gennaio, con inizio alle 18,30, a Villa Leopardi in via Makallé, la sua storia è diventata occasione di un incontro molto sentito, dal titolo “Una memoria che ci è cara: ricordo di Ugo Forno nel Giorno della Memoria”.
Nella sala affollata della biblioteca di Villa Leopardi si sono riuniti moltissimi residenti del Trieste-Salario e non solo, desiderosi di ricordare l’impresa del piccolo Ugo. A moderare l’incontro diverse personalità della cultura.

Come mai un ragazzino così giovane è stato capace di un gesto tanto coraggioso?Ha provato a rispondere Felice Cipriani, autore de “Il ragazzo del ponte” (Chillemi, 2012) restituendo un quadro della guerra e di Roma: “Erano ragazzini costretti a crescere molto in fretta. La privazione, la fame e la paura facevano avanzare il calendario dell’età ben oltre il mero dato cronologico”.

Fabrizio Forno, nipote di Ugo, mostra la propria gioia per tutte le persone che ricordano lo zio e che permettono incontri appassionanti come quello di ieri.
Ma di certo non bastano le targhe e le parole a ricordare il piccolo eroe partigiano, su questo si muove l’augurio del giornalista Paolo Brogi. “E’ importante che si arrivi ad avere – sottolinea Brogi – una scuola che porti il suo nome”.

Ma il pomeriggio di ieri è stata l’occasione per rievocare anche altre storie che compongono il tessuto culturale del nostro Paese. Flavio Giurato ha eseguito una ballata sulla memoria. I musicisti Alberto Marchetti e Fabio Spadavecchia oltre a “cantare” le gesta di Ugo, hanno raccontato altre storie come quella di Michele Bolgia: ferroviere partigiano che la notte del 18 ottobre 1943 salvò migliaia di deportati aprendo i vagoni del treno in attesa al binario uno della stazione Tiburtina.

Infine, toccante è stato l’intervento di Luciana Romoli, staffetta partigiana amica del partigiano Massimo Gizzio, che dai Parioli aveva scoperto un’altra Roma “fatta di analfetismo e povertà, e che ogni giorno provava a cambiare”. Massimo è morto fra le sue braccia, ucciso dai fascisti, accanto all’indifferenza dei passanti.

 

La storia di Ugo è riportata anche nel libro “La storia del Trieste-Salario: dalla preistoria a oggi” pubblicato da Typimedia (lo stesso editore di CommunityBook). Il capitolo otto racconta quel giorno di giugno del ’44, quando i tedeschi minarono il Salario e il coraggio di Ugo Forno.

 

Adesso non resta che augurarsi che il prossimo appuntamento sia per inaugurare, presto, una scuola titolata a Ugo Forno, perché non sarebbe solo un gesto di rispetto e un ringraziamento tardivo a un dodicenne coraggioso, ma l’occasione per parlarne ai piccoli, per far circolare storie del nostro recente passato che erroneamente crediamo lontane.

 

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